Pensieri Volanti: Il Diario di una Giornalista con la Testa Altrove

Il mondo è un posto magico fatto di storie, sogni e parole

Impronte nel cuore

Differenza tra scordare e dimenticare

Quando ero bambina, ogni volta che dicevo “ho scordato”, qualcuno mi correggeva: “Non si dice scordare, si dice dimenticare. La chitarra si scorda, i ricordi si dimenticano”. Mi suonava strano, come se in quel momento, dicendo “scordato”, avessi espresso qualcosa di più, qualcosa che non sapevo nemmeno io come definire. Non era solo una parola sbagliata, era una sensazione che sentivo e che non trovava posto nella parola “dimenticare”. E così, pur facendo attenzione a usare il termine giusto, ogni tanto continuavo a dire “scordato”.

Con il tempo ho capito. Ho scoperto che “scordare” non significa solo dimenticare, non è solo una perdita dalla mente. “Scordare” viene dal latino excōrdāre, “perdere il cuore”, cor, cordis, e non riesco a pensare a qualcosa di più umano. Scordare non è solo lasciarsi sfuggire un dettaglio: è lasciar andare una parte di sé, un legame che si allenta e si spegne, come le corde di una vecchia chitarra che non riesce più a cantare. Dire “ho scordato” una persona, un luogo, un momento, è ammettere che qualcosa di profondo, che un tempo vibrava dentro di noi, si è spezzato piano piano, senza che nemmeno ce ne accorgessimo. È come un pezzo d’anima che si scioglie e ci lascia soli.

Ci sono ricordi che si scordano a metà. Come un vecchio diario che apriamo dopo anni, con pagine ormai sbiadite e parole che ci sembrano di qualcun altro. Ci sono volti che si scordano così, ombre di persone che un tempo ci erano vicine e ora sono sfocate, perse nel tempo. Penso alla mia vita, a certi volti che ora non riesco più a richiamare nitidamente. Non li ho dimenticati del tutto, ma li ho scordati, e questo mi fa sentire una malinconia strana, come se quei ricordi fossero un affetto lontano, che si è staccato da me e fluttua in un altrove.

E poi c’è “dimenticare”. “Dimenticare” non ha lo stesso peso, non scava così a fondo. Viene da dementicāre, “perdere la mente” – è una cosa mentale, una pulizia fredda, un lasciare andare senza rimorsi. Dimentichiamo date, liste di cose da fare, titoli di film. Dimenticare è spostare una cosa dalla memoria, riporla in uno scaffale impolverato che nessuno ricorda più, dove non ci aspettiamo di tornare. Dire “ho dimenticato” non ci fa male, è solo un gesto pratico, un pensiero che si dissolve.

E in mezzo a questa differenza così sottile ma così profonda, mi sono accorta di quanto le parole siano una finestra su noi stessi. Le parole non sono solo suoni: sono confessioni, strati dell’anima che si rivelano senza che ce ne rendiamo conto. Dire “ho scordato” è come ammettere che ci sono ferite, affetti o emozioni che, senza volerlo, lasciamo andare. Come un vecchio amico o un vecchio amore che scompare piano piano dalla nostra vita, non per un addio ma per una distanza lenta, inesorabile. Dire “ho dimenticato” è chiudere una porta con serenità, con quella leggerezza che ci permette di andare avanti senza un peso.

Così, le parole diventano frammenti di vita, segreti che non sempre vogliamo svelare. Mi fanno pensare a quegli attimi in cui fissiamo il cielo o una strada, senza nemmeno sapere perché, e sentiamo qualcosa che si muove dentro, qualcosa che si è spezzato o si è perso. “Scordare” è un filo che si spezza, un addio sussurrato, un ricordo che ci sfugge e ci lascia un vuoto dentro, come la sensazione di svegliarsi da un sogno e non ricordare più il volto di chi abbiamo appena sognato. E, alla fine, imparare questa differenza mi ha insegnato che non tutto può essere semplicemente “dimenticato” – ci sono cose che, anche quando scivolano via, restano attaccate a noi, come ombre, perché hanno abitato il nostro cuore.

Forse è questo che ci rende umani: la capacità di “scordare” nel cuore ciò che non riusciamo più a trattenere nella mente. E così, ora non è più solo una parola, ma un modo di sentire.

Ho imparato nel tempo a dimenticare. La mente, in fondo, sa proteggersi: riesce a mettere da parte ciò che non serve, a lasciar andare pensieri, nomi, appuntamenti e a fare spazio al nuovo. “Dimenticare” è come un atto di difesa, un modo di andare avanti con leggerezza, svuotando gli angoli della memoria per liberarsi da pesi inutili. Ma “scordare” è un’altra storia, un’altra battaglia, perché riguarda il cuore, e chi entra lì dentro lascia impronte profonde, segni che non si cancellano, nemmeno quando ci proviamo con tutta l’anima. A dimenticare si impara, a scordare no.

Ci sono volti, abbracci, parole che restano, anche quando vorremmo poterli scordare. Restano come un dolore sottile, una mancanza che si avverte nei momenti più inaspettati. Ti ritrovi a fissare una strada, una canzone, una luce particolare al tramonto, e quella persona è lì, viva, presente, come se non fosse mai andata via. Anche se hai cercato di scordare, anche se ti sei imposto di allontanarla, quella presenza ritorna, come un’eco che non si spegne. È una sofferenza sottile, una distanza che fa male, perché sai che non potrai più raggiungere chi, un tempo, abitava il tuo cuore.

E mi sono accorta che scordare è come chiedere al cuore di dimenticare come battere per qualcuno, di annullare un’affezione. Ma il cuore non risponde alla volontà come la mente. Scordare è un processo lento, e ogni tentativo di farlo sembra scavare ancora più a fondo, amplificando la nostalgia e la consapevolezza di ciò che è stato perso. Ogni volta che pensi di averlo fatto, basta un piccolo dettaglio, un profumo, un volto che assomiglia al suo, e quel legame si riaccende per un attimo, facendoti capire che non se n’è mai andato davvero.

Ci sono persone che non puoi scordare, anche quando diventano un’assenza. Sono quelle che hanno toccato il tuo cuore e che, anche con la distanza, continuano a restare vive dentro di te. Sono quelle che hanno costruito una parte di chi sei, che ti hanno donato sguardi e ricordi che non puoi semplicemente cancellare. Scordarle sarebbe come rinunciare a una parte di te stesso, a quel frammento di vita che avete condiviso e che ora vive solo nei tuoi ricordi. Non si scorda una risata che ti ha fatto sentire a casa, né uno sguardo che ti ha fatto sentire capito. Non si scorda ciò che ha reso vivo il tuo cuore.

E così, ho capito che forse scordare non è nemmeno necessario. Forse bisogna accettare che certe persone restino dentro di noi, che il dolore di quella presenza-assente faccia parte di ciò che siamo diventati. Forse, in fondo, quelle impronte sono le vere prove di ciò che abbiamo amato, dei momenti in cui ci siamo sentiti vivi, anche se ora fanno male. E accettare di non scordare, di portare nel cuore questi segni, è anche accettare la bellezza e la fragilità di essere umani.

E così, ho capito che forse non devo per forza scordare. Forse è giusto così, accettare che certi legami restino come fili sottili che vibrano dentro di noi, senza più far male, ma con una dolcezza nuova, che porta con sé la bellezza di quello che è stato. Ho imparato che si può lasciare andare qualcuno senza cancellarlo: basta trasformare il dolore in gratitudine, far sì che il ricordo diventi un angolo di luce, una parte della mia storia da custodire con un sorriso.

Invece di cercare di scordare, ora mi concedo di ricordare con tenerezza, senza paura di sentire. Non è più un rimpianto, ma un conforto. Perché le persone che sono passate nel mio cuore mi hanno insegnato a guardare la vita con occhi diversi, a provare emozioni che, senza di loro, non avrei conosciuto. Ogni risata, ogni abbraccio, ogni frammento di quei ricordi è un dono che mi porto dentro, qualcosa che ha contribuito a farmi diventare chi sono oggi.

E così, ho fatto pace con quei ricordi: non sono più una ferita, ma una forza. Ho capito che posso andare avanti senza dimenticare, senza scordare, portando con me l’amore che ho vissuto. Ed è proprio questo, in fondo, il segreto: scoprire che anche le memorie più profonde possono diventare ali leggere, che ci sollevano e ci ricordano quanto siamo capaci di amare, di vivere, di crescere. E allora, a chi è rimasto nel mio cuore, dico solo grazie.

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