Pensieri Volanti: Il Diario di una Giornalista con la Testa Altrove

Il mondo è un posto magico fatto di storie, sogni e parole

Festa delle donne: l’8 marzo tra le stelle del firmamento

Il mio 8 marzo al Planetario di Roma

Ieri sera è stata magia pura. Una notte sospesa tra sogno e realtà, tra il palpito del cuore e l’infinito che mi avvolge. Ho scelto di regalarmi l’universo, di immergermi in un viaggio tra le stelle invece di trascorrere una serata tra le solite luci della città. E mai scelta fu più giusta.

Ieri, in occasione della giornata internazionale delle donne, l’8 marzo, una serata tradizionalmente dedicata alla compagnia di amiche e donne, io ho deciso di viverla in modo diverso: tra le stelle.

Al Planetario di Roma, il buio si è acceso di luce vera. L’Astrofisico Gianluca Masi ha raccontato il cielo con la voce di chi non si limita a spiegarlo, ma lo vive. Fin dalle prime costellazioni proiettate sulla cupola ho sentito gli occhi inumidirsi, la gola stringersi. L’Orsa Maggiore, l’Orsa Minore… nomi familiari, stelle antiche, testimoni silenziose di un tempo in cui l’uomo alzava lo sguardo e sapeva ancora ascoltare il cielo. Ho lasciato che l’emozione mi travolgesse, senza opporre resistenza. Ogni nome di stella sembrava un viaggio nel tempo.

Masi parlava con passione, indicando ogni stella con la precisione di chi le ha amate per tutta la vita. Le sue parole erano musica, un racconto che scivolava tra i secoli, tra miti e scienza, facendo danzare sulla cupola del planetario la bellezza di un cosmo che troppo spesso diamo per scontato. Guardare quei puntini luminosi prendere forma, immaginare la vastità che ci sovrasta, mi ha tolto il fiato. Era come se per un attimo il tempo si fosse fermato, come se il cielo intero fosse lì, a portata di mano, e mi chiamasse. Ho sentito il cuore accelerare, come davanti a qualcosa di troppo grande per essere davvero compreso. Un brivido mi ha percorso la pelle, e ho capito: la bellezza del cosmo non sta solo nella luce, ma anche nel buio che la esalta. Un buio che, senza stelle, spaventerebbe, ma che così diventa pura poesia.

Poi, una dopo l’altra, sono emersi i nomi delle donne che hanno cambiato la storia dell’astronomia. Donne dimenticate dalla storia, ma che brillano ancora, forti e incancellabili, in quella volta celeste che ci appartiene. Ho sentito un fremito dentro. Come se, per un attimo, ogni ingiustizia trovasse riscatto nella voce che pronunciava quei nomi, restituendo loro il posto che meritano tra le stelle. Ho immaginato di raccontare le loro storie a qualcuno, seduta sotto un cielo finalmente libero dall’inquinamento luminoso, indicando le costellazioni che le hanno ispirate. Di parlare di Hypatia e della sua sete di conoscenza, di Caroline Herschel che scopriva comete, di Mary Somerville che ha tradotto il linguaggio dell’universo in parole accessibili, di Maria Mitchell e la sua cometa, di Annie Jump Cannon e la classificazione delle stelle, di Henrietta Swan Leavitt che ha misurato le distanze cosmiche, di Cecilia Payne-Gaposchkin che ha svelato la composizione delle stelle, di Vera Rubin che ci ha insegnato a guardare oltre la materia visibile, di Jocelyn Bell Burnell che ha scoperto le pulsar, di Nancy Grace Roman che ha reso possibile il telescopio Hubble. E ho capito che, anche se la luce delle stelle sembra lontana, la loro eredità continua a brillare dentro di noi.

E quando la luna ha ceduto il passo all’oscurità, il cielo si è acceso davvero. Un manto infinito di luce e mistero, la Via Lattea si è spalancata sopra di me come un sentiero verso l’eternità. Ho pianto, senza più trattenermi. Ho pianto per la bellezza di quel momento, per la nostalgia di un cielo che nelle città non vediamo più, soffocato da un mondo che ha troppa paura del buio. L’inquinamento luminoso ci sta rubando la parte più romantica dell’esistenza, quel legame ancestrale con le stelle che ci hanno visto nascere, vivere e sognare.

Le stelle sono parte di me. E io sono parte di loro. Eppure, me ne dimentico troppo spesso. Dovremmo ricordarlo più a lungo, proteggerle, rispettarle. Tornare a contemplarle con il rispetto di chi sa che sta guardando un pezzo della propria storia.

Quando sono uscita dal planetario, l’aria della sera mi ha avvolta nel suo silenzio. Dentro di me, però, c’era ancora l’eco di tutte quelle stelle, delle parole che avevano riempito il buio di luce. Ho alzato gli occhi al cielo, cercando qualcosa che non trovavo. Nulla. Roma splendeva di luci artificiali, ma il cielo sopra di me era vuoto. Mi ha fatto male. Un dolore sottile, come la mancanza di qualcosa di essenziale che nemmeno ci si accorge di aver perduto.

“Perché qui non si vedono?” Ho sussurrato tra me e me, come se il cielo potesse rispondermi.

La risposta era già dentro di me. Perché le abbiamo nascoste. Abbiamo acceso così tante luci che ci siamo dimenticati di lasciare spazio anche al buio. Abbiamo cercato di illuminare ogni cosa, senza renderci conto che, così facendo, abbiamo spento la luce più autentica.

Ho inspirato a fondo, cercando di trattenere quella sensazione. Perché non volevo dimenticare. Non volevo abituarmi all’idea di un mondo senza stelle visibili. Perché non può e non deve essere normale.

Sono salita in macchina e, mentre tornavo a casa attraverso le strade illuminate della città, il pensiero mi ha avvolto come un mantello pesante. Quante notti l’umanità ha trascorso a cercare risposte tra le stelle? Quanti desideri sono stati affidati a scie luminose che oggi faticano a brillare? Com’è possibile che ci siamo lasciati portare via qualcosa di così grande senza nemmeno lottare per tenerlo con noi?

Ho appoggiato la testa contro il finestrino, lasciando vagare lo sguardo oltre i lampioni e le insegne luminose. Ho provato a immaginare le costellazioni sopra i palazzi, a ridisegnare con la mente il cielo che avevo appena visto. Ho chiuso gli occhi per imprimere nella memoria ogni parola ascoltata, ogni emozione provata. Perché non voglio che si dissolvano come una scia di polvere cosmica. Voglio che restino dentro di me, come un faro che mi ricorda da dove veniamo.

Forse non lo dimenticherò. Forse, un giorno, racconterò quella stessa magia a qualcun altro, come una storia da tenere viva. Perché ci sono cose che non dovremmo mai smettere di tramandare.

E forse, in un mondo che spegne sempre meno luci, ci sarà ancora qualcuno pronto ad accenderne una, semplicemente alzando gli occhi al cielo.

E allora, in una notte più buia di questa, quando le città taceranno e il firmamento tornerà a mostrarsi, ci sarà un attimo in cui l’umanità ricorderà di appartenere all’universo. Sarà un istante fragile, impalpabile, ma capace di risvegliare qualcosa di antico nel cuore di chi saprà guardare. Forse quel momento non è lontano. Forse, basterebbe solo un respiro in meno di luce artificiale per lasciare che sia il cielo a illuminarci di nuovo.

Andate al Planetario di Roma, lasciatevi emozionare da chi le stelle le tocca con mano, o meglio, con la scienza. Sognate come fanno i bambini che guardano quei punti luminosi lontani affidandogli tutti i loro sogni. Fatevi catturare dalla bellezza di ciò che portiamo dentro, perché, come ci ricorda Gianluca Masi, siamo qui anche grazie alle stelle.

Preserviamo il nostro firmamento e spegniamo le luci superflue.

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