Pensieri Volanti: Il Diario di una Giornalista con la Testa Altrove

Il mondo è un posto magico fatto di storie, sogni e parole

Un cuore a forma di un MB-339 A

Crescere su una base militare non è come crescere altrove.
Non è un’infanzia fatta di normalità, di pomeriggi lenti, di silenzi.
È una vita scandita da segnali radio, briefing, partenze improvvise, assenze prolungate, ma anche da ritorni intensi, abbracci in divisa, e una disciplina che entra nel cuore prima ancora che nella testa.

Io sono cresciuta così.
A dieci anni sapevo distinguere un decollo da un touch-and-go, il ruggito di un motore in spinta da quello di un atterraggio “lungo”.
La base di Galatina non era solo il luogo dove lavorava mio padre.
Era il mio mondo. Il mio perimetro emotivo. La mia casa allargata.

Gli aerei mi hanno sempre affascinata.
Li guardavo con occhi sgranati e curiosi, anche da piccolissima: erano misteriosi, potenti, vivi.
Mi sembravano creature intelligenti, dotate di voce e anima.
Sentivo che custodivano storie e sogni. E in fondo, lo facevano davvero.

E poi c’era lei: mia madre.
Sempre bellissima, impeccabile.
Negli occhi la forza, nei gesti la grazia. Nei suoi outfit perfetti, nei capelli ordinati, nei dettagli mai lasciati al caso.
Anche quando tutto attorno a noi era polvere di pista, vento caldo e orari incerti, lei riusciva a dare forma, eleganza, senso.
Faceva sembrare ordinaria una vita straordinaria.
Riusciva a rendere nostra quella casa che non ci apparteneva davvero, ma che tra le sue mani diventava rifugio, respiro, continuità.
Era la nostra colonna silenziosa. Il nostro punto fermo.

Quella vita – lo dico con onestà – mi ha dato tantissimo, ma mi ha anche tolto qualcosa.
Non c’erano feste “normali”, né vacanze improvvisate. Papà era spesso in ufficio (anche se si trattava di pochi metri da casa sembrava lontanissimo), o concentrato su qualcosa che a volte non potevo capire. Ma c’era anche tanto amore. E mamma… mamma riempiva tutto: lo spazio, i silenzi, l’attesa. Era presenza che non faceva rumore, ma lasciava traccia. Una luce discreta, sempre accesa, anche nei giorni in cui il cielo sembrava più pesante.

E poi c’era il 339.
Quel velivolo che per altri era acciaio, per me era carne viva.
Era il prolungamento di mio padre, la sua voce in cielo, il suo profilo tra le nuvole.

Con il phase-out del MB-339, sento il bisogno di scrivere.
Non per dire addio a un aereo, ma per rendere omaggio a una parte di me.
Perché quel velivolo mi ha vista crescere.
E in qualche modo, con lui è cresciuta anche un pezzo della mia anima.

Questa è la mia storia.
Una storia personale, fatta di rumori che non dimentico, sguardi che mi hanno formato, e un cielo che, ancora oggi, guardo come si guarda qualcosa che si ama. Con la testa alta e il cuore aperto.

Le giornate della mia infanzia erano scandite dai decolli e dagli atterraggi, dalle manovre, dalle formazioni in cielo, dalle voci dei piloti, dall’odore del kerosene e della gomma bruciata sulla pista.

Ogni mattina, prima di andare a scuola, passavamo in linea di volo. Ci fermavamo a salutare papà, ad annusare quell’aria speciale, viva.
E al ritorno sulla mia bicicletta verde “Pininfarina”, andavo pedalando veloce, con la cartella sbilenca, per correre da lui.
Facevo i compiti nel suo ufficio, a pochi passi da casa.
Un ufficio che per me era un rifugio. Un laboratorio di sogni. Un luogo dove tutto profumava di carta, radio, appunti di volo e quella tuta che ormai era una sua seconda pelle.
Dal balcone di casa, poi, vedevo la linea di volo. Rimanevo lì per ore a guardare i 339 accendersi, muoversi lenti, farsi vento e poi alzarsi. Era il mio spettacolo quotidiano. Il mio cartone animato. Il mio teatro.

Per altri bambini c’erano i giochi al parco, le altalene, la TV.
Per me c’erano i briefing, le esercitazioni, le giornate di volo e la tuta di papà che sapeva sempre di volo.
Era istruttore, poi collaudatore di produzione, poi comandante di Stormo.
Io lo guardavo con occhi enormi, sapendo che là fuori, nei cieli sopra casa nostra, c’era il suo mondo.
E il mio.

Mi ricordo che papà, quando parlava del volo acrobatico, lo paragonava a una danza classica.
Diceva che ogni manovra doveva avere grazia, ritmo, respiro.
Che non bastava eseguire: bisognava interpretare.
Ascoltava musica classica, spesso da solo, con le cuffie grandi sulle orecchie e gli occhi chiusi, mentre immaginava traiettorie dolci, curve che seguissero la melodia, movimenti che disegnassero armonia nel cielo.
Il volo, per lui, non era solo tecnica: era arte.
Era un modo per dare forma all’invisibile, per trasformare la potenza in bellezza, la precisione in emozione.
E io, ascoltandolo, capivo che volare non era solo salire in cielo.
Era danzare nell’aria.

Quel rumore… quel fischio.
Quello che per molti era fastidioso, troppo acuto, un disturbo all’equilibrio di un pomeriggio tranquillo… per me era casa.
Era sicurezza. Era la conferma che tutto stava andando secondo la musica che avevo imparato ad amare.
E quel suono era firmato Rolls-Royce Viper: un motore compatto, potente, che ha spinto l’MB-339 in migliaia di missioni di addestramento.

Nato nel 1976 come evoluzione del glorioso MB-326, il Macchino – come affettuosamente lo chiamavano in molti – ha volato per la prima volta il 12 agosto di quell’anno. Entrato in servizio attivo nel 1982, ha rappresentato la colonna vertebrale dell’addestramento militare italiano per oltre quarant’anni. A Galatina, ha formato intere generazioni di piloti militari, italiani e stranieri.

Il 61º Stormo di Galatina è, ancora oggi, uno dei luoghi più iconici dell’Aviazione Militare Italiana.
Attivo sin dal 1931, ma riorganizzato come scuola di volo nel dopoguerra, ha visto l’MB-339 diventare il simbolo della Fase II e III dell’addestramento dei futuri piloti militari.

Con l’MB-339A, e poi con le successive varianti (come il CD e il PAN), i piloti imparavano a volare, a combattere, a gestire emergenze, a prendere decisioni. Il 61º era suddiviso in tre gruppi:

  • 213° Gruppo Volo: il cuore dell’addestramento basico;
  • 214° Gruppo: istruttori dei futuri istruttori;
  • 212° Gruppo: fase pre-operativa con missioni avanzate.

Il pinguino, lo stemma storico del 61º Stormo, era simbolo di chi non sa ancora volare, ma impara. Simbolo di tenacia, di umiltà, di potenzialità.
Quel pinguino lo portavano sul braccio tutti quelli che, come mio padre, sapevano cosa vuol dire insegnare a volare.
Poi, un giorno, è arrivato l’aquilotto. Più aggressivo, più moderno, proiettato verso il futuro. E quel cambio ha cominciato a chiudere una pagina anche per me.

Sulla rotonda della Lecce-Galatina, un monumento racconta meglio di qualsiasi parola l’amore tra questa terra e quel velivolo: un 339 svetta verso il cielo. È stato installata per ricordare i caduti e per mantenere vivo lo spirito di volo in ogni passante.

Ora, su quella stessa pista che ha accompagnato i miei giorni e i sogni di mio padre, il rumore è cambiato.
È arrivato il M-345, moderno, silenzioso, tecnologicamente avanzato.
Un velivolo capace di portare i futuri piloti in una nuova era.
È più leggero, più efficiente, dotato di avionica digitale, HUD, glass cockpit, e sistemi di simulazione integrati.
È figlio del progresso, delle esigenze operative del presente, della necessità di guardare avanti.
E lo fa bene. Fa esattamente ciò che deve fare.

Ma io non posso far finta che questo cambiamento non tocchi corde profonde.
Perché con il phase-out del 339 non se ne va solo un aereo.
Se ne va un tempo della mia vita, quello più puro, più formativo.
Se ne va un suono che mi ha fatto da ninna nanna e da sveglia, da richiamo e da rifugio.
Si chiude una pagina d’infanzia che era rimasta sospesa, non del tutto voltata.
Quella pagina cominciò a chiudersi il giorno in cui cambiarono lo stemma: via il pinguino, dentro l’aquilotto.
Una metamorfosi naturale, forse inevitabile. Ma per me fu uno strappo.
Il simbolo di chi impara a volare sostituito da quello di chi già domina il cielo.
Eppure, senza il pinguino, nessun aquilotto avrebbe mai potuto spiccare il volo.

Oggi, guardo il M-345 e sorrido.
Perché è giusto così.
È giusto che i cieli vengano affidati al nuovo.
È giusto che altri bambini, altri figli di piloti, altre ragazze e ragazzi possano crescere con nuove melodie nel cielo.

Ma dentro di me, nel posto più profondo e silenzioso,
ci sarà sempre un MB-339 che accende i motori, che inizia il rullaggio, che saluta col timone di coda chi resta a guardare.
E quel rumore – il mio rumore – non lo dimenticherò mai.

E poi ci sono loro.
Tutti coloro che hanno fatto parte della vita del 61º Stormo: piloti, specialisti, manutentori, ufficiali, sottufficiali, civili…
Tutte quelle persone che mi hanno cresciuta, protetta, vista muovere i primi passi nei corridoi e nelle palazzine, che mi salutavano quando passavo in bici in linea volo, che mi tenevano compagnia mentre aspettavo papà, o che semplicemente c’erano.
Ora li rivedo, con qualche ruga in più ma con gli stessi occhi.
E dentro quegli sguardi ritrovo tutta la mia storia.
Tutto l’amore, la dedizione, l’umanità di chi ha fatto della missione la propria vita.
E questo – più di tutto – mi riempie di emozione.

Il 345 vola oggi.
Ma il 339…
…il 339 vivrà per sempre nel battito delle mie ali interiori.

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