Pensieri Volanti: Il Diario di una Giornalista con la Testa Altrove

Il mondo è un posto magico fatto di storie, sogni e parole

Il Peso di una Notizia: Perché ho scelto di raccontare

C’è un momento preciso in cui smetti di guardare il mondo e inizi a volerlo raccontare. Per me, non è stato un colpo di fulmine davanti a una vecchia macchina da scrivere o il fascino romantico delle redazioni cinematografiche. È stato qualcosa di più profondo, quasi fisico: è stata la consapevolezza del peso di una notizia.

Mi sono accorta che le storie esistono solo se qualcuno trova il coraggio di dar loro voce. Senza il racconto, i fatti restano ombre, i diritti restano sospesi e le persone restano sole. Ho capito di voler diventare giornalista quando ho visto come una singola informazione possa cambiare il corso di una giornata, di una scelta, di una vita.

Dare una notizia non significa semplicemente “riempire uno spazio”, ma accendere una luce dove qualcuno preferirebbe il buio, offrire uno strumento a chi legge per capire il presente, onorare la realtà con tutta la sua bellezza e la sua ferocia. Spesso pensiamo che il mondo sia fatto di grandi eventi, ma la verità è che è fatto di narrazioni. Se non raccontiamo ciò che accade, permettiamo al silenzio di vincere. E io, davanti a quel silenzio, ho capito che non potevo più restare a guardare.

​Crescendo, ho perso l’innocenza dello sguardo. Ho iniziato a vedere le crepe lungo i bordi della società: la cattiveria gratuita, le difficoltà che schiacciano chi non ha voce, il vuoto assordante che circonda gli “invisibili”. Mi sono chiesta spesso: come si può restare indifferenti? Come si fa a non comprendere la sacralità della vita e il potere salvifico della ragione?

Ho capito che il giornalismo era la mia risposta a queste domande. Non per dare giudizi morali, ma perché raccontare è un atto di giustizia. In un mondo che sembra aver smarrito la bussola della bontà, dare una notizia significa restituire dignità a chi è stato ignorato. Significa ricordare che dietro ogni numero della cronaca c’è un nome, una storia, una vita che merita rispetto.

Il mio compito oggi è complesso. Devo camminare su un filo sottile, da un lato, il dovere della lucidità, per non farmi trascinare nel personale e mantenere quel distacco necessario a narrare i fatti con onestà, dall’altro, la necessità della sensibilità, perché senza empatia non si vedono le sfumature, e senza sfumature la verità si perde.

​Mi dicono che un giornalista deve essere cinico, ma io non ci credo. Credo invece che per raccontare la cronaca serva una forma superiore di attenzione. Se smettessimo di interrogarci su come si possa essere più buoni con il prossimo, smetteremmo di essere umani. E un giornalista che non è più umano, non ha più nulla da dire.

Ho scelto questa professione per rimettere al centro la ragione dove regna il caos, e per trasformare l’indifferenza in testimonianza. Perché se è vero che la cattiveria esiste, è altrettanto vero che la luce di una notizia ben data può costringerci a guardare dove prima chiudevamo gli occhi. Credo nel potere trasformativo della parola data bene. Non cerco lo scoop che urla, ma la notizia che resta: quella che, una volta letta, ti lascia un po’ diverso da come eri prima.

​Essere giornalista è l’impegno solenne di non voltarsi dall’altra parte. È la promessa di esserci, di chiedere, di verificare e, infine, di consegnare agli altri la verità che meritano di conoscere. Perché dare una notizia è un atto di cura verso il mondo.

​Molti mi chiedono come io faccia a non soccombere sotto il peso delle storie che incontro. La verità è che non cerco di diventare impermeabile; cerco solo di essere un canale. Ho imparato che per proteggere la mia sensibilità non devo costruire un muro, ma alimentare costantemente la mia fiducia nella ragione. Proteggo la mia capacità di emozionarmi perché è proprio quella che mi permette di riconoscere la notizia tra mille rumori.

​La mia “armatura” è la consapevolezza che, scrivendo, sto offrendo a quegli invisibili una possibilità di riscatto. Se riesco a far sì che anche una sola persona, leggendo, si fermi a riflettere sul valore della vita o sulla necessità di essere più gentili, allora il mio dolore si trasforma in scopo. Resto umana per restare vigile, consapevole che la mia sensibilità non è una debolezza, ma la bussola che mi guiderà sempre verso la verità.

Mi fermo a guardare il mondo e quello che vedo è un’immensa, disarmante fragilità. La vita è così fragile, l’umanità stessa lo è. Eppure, viviamo come se fossimo invincibili o, peggio, indifferenti. Non ci accorgiamo quasi mai di quanto sarebbe migliore vivere diversamente, di quanto spazio ci sarebbe per la comprensione se solo decidessimo di usare la ragione per accorciare le distanze, invece che per creare nuovi muri.

Proprio conoscendo la gente e le loro storie, si capisce il vero senso di questa vita così strana e spesso frenetica. È parlando dei fatti e approfondendo le dinamiche reali che si riesce a penetrare la psiche umana, comprendendo quei valori profondi che la società spesso sottovaluta. In questo incontro tra cronaca e anima, ho trovato il mio posto: lì dove la notizia smette di essere solo carta e diventa vita.

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