Ho scoperto di essere una persona emotiva. Io piango. Sono triste? Piango. Sono felice? Piango. Ho paura? Piango. Sono arrabbiata? Piango. Per me, il pianto è diventato il modo più naturale per far uscire tutto ciò che ho dentro. È come se ogni emozione trovasse la sua strada attraverso le lacrime, l’unico linguaggio che il mio corpo conosce per dire “sto vivendo”. Eppure, ogni volta che lo faccio, sento su di me sguardi di disapprovazione, mi sento etichettata come “lagnosa”. Mi chiedo, è davvero così difficile accettare un pianto? È davvero così difficile fermarsi a confortare qualcuno che sta piangendo, anche se non c’è una ragione apparente o anche se sembra “una cavolata”?
Perché non possiamo parlare di indipendenza emotiva? Parliamo di indipendenza di genere, sociale, economica, ma nessuno si sofferma mai a pensare quanto sarebbe liberatorio poter essere pienamente se stessi anche nelle proprie emozioni, senza paura del giudizio. Perché piangere deve essere visto come un segno di debolezza o un problema da risolvere? Il mio pianto non è debolezza. È la mia forza.
Quando piango, qualcosa dentro di me si calma. Ogni lacrima scende come una piccola liberazione, un sollievo che mi allontana da quel senso di solitudine che provo quando mi trovo sola con i miei problemi. È come se, piangendo, mi dessi il permesso di non essere sempre forte, di non avere sempre il controllo su tutto. C’è un momento, proprio nel pieno del pianto, in cui sento quella tensione che si accumula dentro di me sciogliersi, scorrere via con le lacrime. Mi fa sentire viva. Ogni singola lacrima è una conferma del fatto che sto ancora lottando, che sto ancora cercando di navigare tra le emozioni che mi travolgono.
Non c’è niente di vergognoso nel piangere. Anzi, è come se ogni volta che lo faccio riuscissi a scaricare tutto il peso che ho accumulato. Quel nodo in gola che mi soffoca, quella tensione nei muscoli che mi irrigidisce, tutto si allenta mentre le lacrime scorrono. Ed è in quel momento che mi sento più leggera, come se stessi rilasciando una parte della mia ansia, della mia paura, della mia rabbia. Quando mi lascio andare al pianto, mi sento meno sola, meno prigioniera di me stessa. Non è una fuga dai miei problemi, ma piuttosto un modo per affrontarli senza che mi sovrastino.
Eppure, intorno a me, il pianto viene visto come qualcosa da evitare, da nascondere. La gente è più a suo agio con un sorriso che con le lacrime. Ma perché? Piangere è un atto di coraggio, non di debolezza. Ci vuole forza per mostrare vulnerabilità, per dire “non sto bene, ho bisogno di liberarmi”. Se solo le persone imparassero a vedere il pianto come una parte naturale della vita, come un modo per affrontare ciò che ci fa male, forse vivremmo in un mondo meno duro, meno pieno di emozioni represse che alla fine esplodono in modi disfunzionali.
Immagina un mondo dove piangere non fosse motivo di imbarazzo, ma una cosa normale, come ridere. Dove, quando qualcuno piange, ci fosse una mano pronta a confortarlo, qualcuno disposto a stare lì, senza giudicare, solo per dire “sono qui, va bene così”. In quel mondo, nessuno si sentirebbe mai solo con le proprie lacrime, nessuno avrebbe paura di mostrarsi vulnerabile. E forse, se imparassimo tutti a piangere un po’ di più, ci sentiremmo tutti meno soli.
Il mio pianto non è un segno di fragilità, è la mia strada per rimanere connessa a me stessa. È il mio modo di ricordarmi che sono ancora qui, che ogni emozione, per quanto difficile, è reale e merita di essere vissuta. Forse un giorno il mondo sarà pronto ad accogliere anche le lacrime come parte di quello che siamo. Fino ad allora, continuerò a piangere, perché in ogni lacrima sento la mia forza, la mia umanità, la mia vita.
Forse, se imparassimo tutti a piangere di più, il mondo sarebbe meno duro. Forse se ci permettessimo di sentire davvero, senza vergogna, saremmo meno soli. E forse, in quelle lacrime condivise, troveremmo una forza più grande di qualsiasi indipendenza esterna: la forza di essere vulnerabili e di accettare che va bene, va bene così, con tutte le emozioni che ci attraversano. Perché, alla fine, è solo vivendo davvero le nostre emozioni che possiamo sentirci davvero vivi. Forse il mondo non è ancora pronto per accettare pienamente le emozioni, ma io voglio essere una parte di questo cambiamento. Ogni lacrima che lascio scorrere è un atto di coraggio, un messaggio che dice “io sento, io sono”. E forse, chi oggi critica, un giorno capirà quanto è prezioso poter essere autentici, liberi di esprimere ogni parte di noi, senza paura, senza vergogna. Perché, alla fine, siamo tutti esseri umani, fragili e forti al tempo stesso. E se ci permettiamo di vivere davvero le nostre emozioni, allora possiamo sentirci davvero vivi.


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