Pensieri Volanti: Il Diario di una Giornalista con la Testa Altrove

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Il coraggio di essere lasciati

C’è una forma di eroismo silenzioso di cui si parla troppo poco: è il coraggio di essere lasciati. Spesso veniamo educati a “lottare per ciò che amiamo”, ma esiste un confine invalicabile dove la tenacia smette di essere una virtù e diventa una prigione: la volontà dell’altro. Una relazione, dopotutto, richiede due forze attive e quando uno dei due dice “basta”, la danza finisce. Tentare di rianimare un legame unilateralmente non è amore, è negazione. Trattenere il bene significa invece chiudere il libro senza strapparne le pagine, salvando il bello che è stato affinché non venga bruciato dal rancore.

Dobbiamo dircelo con chiarezza: è profondamente assurdo pensare di poter togliere la libertà o, peggio, la vita a un’altra persona in nome di un presunto sentimento. Quello non è amore, è egoismo puro; è l’incapacità di accettare che l’altro non ci appartiene. Arrivare alla violenza per non “perdere” qualcuno significa aver già perso la propria umanità. Inoltre, dovremmo chiederci a cosa serva restare per forza. Stare insieme male, in un clima di tensione, freddezza o conflitto perenne, provoca un dolore più subdolo di un addio; un logorio lento che consuma ogni giorno, mentre il dolore di lasciarsi è una ferita che, se curata, può finalmente guarire.

Spesso non è l’amore a trattenerci, ma la paura del vuoto. Temiamo che, una volta chiusa quella porta, non resti nulla di noi, ma è proprio in quel silenzio che dobbiamo ritrovarci. La rabbia e la violenza nascono quasi sempre dall’incapacità di stare da soli, dal bisogno ossessivo di usare l’altro come uno specchio per non vedere la propria solitudine. Avere il coraggio di essere lasciati significa affrontare quel vuoto, sapendo che non ci distruggerà. Per farlo, dobbiamo scardinare un errore profondo: l’idea che essere lasciati coincida con un fallimento personale. Spesso la resistenza diventa feroce perché interpretiamo l’addio come una sentenza sul nostro valore, pensando che senza l’altro non valiamo nulla. È questo corto circuito mentale che trasforma la sofferenza in pretesa, ma la fine di un legame non toglie nulla alla nostra dignità; è solo il segno che un cammino comune si è esaurito. Rispettare il “no” dell’altro è, prima di tutto, il gesto più alto di amore che possiamo fare verso noi stessi.

La rabbia non risolve il vuoto, lo rende infinito. Come un veleno che consuma chi lo versa, l’odio genera un malessere interiore a vita. Non c’è vittoria nel possesso forzato, c’è solo una sconfitta condivisa che condanna entrambi all’infelicità. La storia che stiamo vivendo oggi ci ricorda che imparare a lasciare andare non è solo una questione di benessere psicologico, ma un dovere morale per la salvaguardia della vita stessa. Il silenzio di fronte a questa violenza è complicità; il coraggio di accettare un addio è civiltà.

Lasciare andare è il più grande atto di dignità. Significa riconoscere l’altro come individuo libero e sovrano, smettere di abitare il ricordo di un rapporto che non esiste più e permettere al futuro di accadere, perché solo chi ha le mani vuote può accogliere qualcosa di nuovo. Lasciate andare. Lasciate vivere. Perché la vera pace non nasce dall’avere l’ultima parola, ma dal coraggio di saper dire addio quando l’amore si è trasformato in catena.

In memoria di Federica Torzullo e di tutti coloro che non ci sono più per mano di un mostro che nasce dentro l’altro. Perché i loro nomi ci ricordino ogni giorno che amare significa, prima di tutto, lasciare liberi.

One response to “Il coraggio di essere lasciati”

  1. Questi pensieri, tristi e profondi, li ho letti tutto d’un fiato, quasi in apnea. Pensavo al concetto di coraggio di terminare qualcosa che, di fatto, è già finito. Assaporando i passaggi del tuo discorso, mi ritrovo in silenzio rispetto a una narrazione schietta e diretta, senza cadere nell’ovvio, e che rispetta una realtà diffusa e luciferina. “Un mostro nel mostro”. Grazie.

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