Il paesaggio scorre veloce fuori dal finestrino del treno. I pensieri si accavallano confusi mentre la valigia per questo viaggio di lavoro sta lì, incastrata nella cappelliera sopra la mia testa, piena di fogli e discorsi che fino a ieri mattina mi sembravano l’unica cosa importante. Se ci penso, ieri a quest’ora non avrei mai potuto immaginare cosa stesse per travolgermi.
La giornata era cominciata piano, con il ritmo lento delle cose buone: un caffè tra amiche, due risate, poi il rientro a casa per fare i bagagli. Stavo ripassando mentalmente le cose da non dimenticare assolutamente quando, d’improvviso, il silenzio della vallata sotto casa è stato squarciato dalle urla.
Mi sono affacciata alla finestra e ho visto il cielo oscurarsi: una colonna di fumo nera, densa, immensa, che saliva cattiva verso l’alto. È stato un attimo. Il telefono ha iniziato a vibrare senza sosta, le notifiche del gruppo della Protezione Civile che arrivavano a raffica. Ho mollato la valigia a metà, sono corsa fuori a capire la gravità della situazione e poi via, dritta in sede. Mi sono infilata i DPI di corsa, allacciato gli scarponi con le mani che quasi tremavano, pronta a dare una mano.
Era sempre stato un mio desiderio nel cassetto, uno di quelli che ti porti dentro per anni. Ho trascorso tantissimo tempo ad ascoltare le storie di chi lavora e opera per il bene della nazione, dei volontari, a intervistarli, a raccontare da fuori il loro impegno con le parole e con le domande. Poi, quest’anno, ho deciso che non mi bastava più guardare e ho fatto il salto: mi sono iscritta alla Protezione Civile per diventare volontaria anche io. Passare dall’altra parte, però, è tutta un’altra storia.
Era la mia primissima volta sul campo in squadra. Quando siamo saliti sul pick-up e ci siamo diretti verso il fumo, ero pietrificata. Mi sembrava di muovermi al rallentatore. Avevo addosso quella paura bastarda di essere impacciata, di non saper manovrare, di finire per essere un peso per gli altri nel momento del bisogno.
Poi arrivi sul posto, scendi dal mezzo, e tutto il mondo ordinato di prima smette di esistere. Ti ritrovi inghiottita dentro uno scenario tetro, un paesaggio azzerato dove sono rimasti soltanto il nero e la cenere. Senti la terra che brucia letteralmente sotto le suole degli scarponi, la senti scaldarsi passo dopo passo. L’aria diventa un blocco unico, talmente pesante, acida e densa che quasi ti sembra di doverla masticare per farla entrare nei polmoni. Ma è proprio lì che il blocco si spezza e lascia il posto all’istinto.
Davanti a te ci sono solo il muro di fumo e le fiamme che avanzano, e la lancia da impugnare a due mani, puntata dritta al cuore del fuoco, contrastando la spinta dell’acqua con tutto il peso del corpo. Sopra la testa il cielo trema: il rombo sordo dell’elicottero spacca l’aria mentre la benna scarica tonnellate d’acqua per dare a chi opera a terra un istante di respiro dal calore. Ma dentro quel disastro il tuo campo visivo si stringe, non puoi vedere tutto. Ed è lì che accade la magia della squadra, ed è lì che ogni mia insicurezza è svanita: il compagno dietro di te diventa, in un secondo, i tuoi occhi periferici. Tu sei concentrata sul fronte del fuoco, lui controlla tutto il resto. Sta attento ai rami carbonizzati pronti a cedere, ai cambi improvvisi del vento, alle fiamme che cercano di chiuderti alle spalle. È una fiducia cieca, viscerale. Lavorare spalla a spalla con i Vigili del Fuoco e con i miei compagni del Gruppo Sabazia mi ha fatto capire cosa significa davvero fare blocco unico. Con quella divisa addosso non sei più una singola persona con i suoi dubbi: sei un pezzo di una barriera umana schierata a difesa della propria terra.
Poi la morsa del fuoco cede un attimo e lo sguardo cade attorno. Ed è lì che ti si spezza il cuore. Arnie completamente carbonizzate. Falchi che girano in alto, disorientati, ruotando a vuoto sopra alberi ridotti a scheletri neri in cerca di un nido che non esiste più, animali che cercano di scappare in ogni direzione. Vedi la devastazione pura, irrecuperabile. E ti sale da dentro una rabbia feroce verso chi quel fuoco lo accende, che sia per la stupidità colpevole di una disattenzione o per la follia criminale di chi lo fa apposta. Non sanno, o non gli importa nulla, di cosa significhi distruggere un ecosistema e mettere a rischio la vita di chi va lì in mezzo per cercare di salvarlo.
Ma proprio lì, con le braccia a pezzi, le spalle che bruciano e il calore piantato in faccia, mi è esplosa dentro una sensazione mai provata prima: un orgoglio pulito, fortissimo. La certezza viscerale di essere nel posto giusto a fare la cosa giusta. Mettendo il mio tempo, le mie mani e il mio corpo a protezione di ciò che appartiene a tutti noi.
Rientrare a casa a fine giornata, togliersi la divisa pesante e infilarsi finalmente sotto la doccia è stato un momento indescrivibile. L’acqua fresca che batte sulla testa, il rivolo di fuliggine e cenere nera che cola piano lungo le gambe verso lo scarico, la schiuma dello shampoo che fatica a sciogliere i capelli annodati dal fumo. Sentire quella crosta di sporco, fatica e paura sciogliersi via un pezzo alla volta mi ha dato un senso di benessere strano e profondo. Quel corpo segnato, con la puzza di bruciato che faticava a staccarsi dai pori della pelle, era la prova tangibile di esserci stata. Di aver superato il timore, di non essere stata un peso e di aver fatto la mia parte insieme alla squadra.
Oggi, qui su questo sedile, i muscoli si fanno sentire tutti: le gambe tirano, le braccia pesano a ogni minimo movimento e la fatica mi è entrata dritta nelle ossa. Ma è un dolore buono, la traccia fisica di aver tenuto la posizione. Il treno continua la sua corsa e ho ancora l’odore acre del bruciato piantato in gola, ma se non fossi lontana, se dovesse servire di nuovo adesso, sarei già pronta a scendere e ripartire.
Quello di ieri è stato il mio battesimo del fuoco, nel senso più letterale e profondo che questa parola possa custodire. In mezzo a quella cenere non si è spenta solo la paura, ma si è accesa una promessa: da quel momento esatto ho capito che proteggere questa terra, custodirla e difenderne ogni respiro non sarà più soltanto un impegno, ma la mia direzione.
Un grazie di cuore va a tutto il Gruppo Sabazia della Protezione Civile, al nostro Presidente per la guida costante, alla mia squadra con il quale ho trovato un feeling importante e a ciascun volontario per l’accoglienza, la fiducia e il supporto in questo esordio. Un ringraziamento profondo e sentito va anche a tutti i Vigili del Fuoco: la loro presenza costante, la loro professionalità e la loro guida sul campo sono un punto di riferimento insostituibile per chiunque scenda in linea.







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