Ci sono storie che aspettano anni prima che qualcuno trovi le parole giuste per poterle raccontare. Storie che non si misurano in medaglie, ma si raccontano nel tempo, attraverso silenzi, sguardi, emozioni nascoste nel profondo dell’anima e del cuore. Storie vere, reali, che appartengono a uomini le cui vite, da quel giorno, sono cambiate per sempre.
Una di queste storie la raccontano gli uomini che hanno dato vita all’Operazione “Locusta”, l’operazione italiana svoltasi nel 1990 quando, il 25 settembre, un gruppo di velivoli Tornado decollava da Gioia del Colle per Al Dhafra, negli Emirati Arabi Uniti, per partecipare all’operazione “Desert Storm”, autorizzata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Finalmente, quelle storie si raccontano in una voce, quei volti, quegli uomini sono presenti in un libro.
Il 16 aprile 2025, presso il Museo Storico dell’Aeronautica Militare di Vigna di Valle, si è tenuta la presentazione del volume “I 300 della Locusta”, scritto da Antonio Urbano, ufficiale pilota e testimone diretto dei fatti narrati, in quanto egli stesso è stato tra i piloti militari che hanno partecipato direttamente a quell’operazione.
Moderatore dell’evento è stato il Colonnello Stefano Cosci.
L’evento ha visto la partecipazione dell’autore, Gen. Urbano, del Generale Ispettore Basilio Di Martino, storico dell’Aeronautica Militare, e del Colonnello Dario Bovino, Comandante dell’Aeroporto di Vigna di Valle.
Gli altri uomini della “Locusta”, i veri protagonisti, erano lì, tra il pubblico, in silenzio: alcuni di quei 300, non più giovani, non più forti, ma ancora con la mente e il cuore rivolti ai ricordi e alle emozioni di quei giorni. Uomini con lo sguardo segnato dal vento del deserto che soffiava sulle ali dei loro velivoli e sulla loro pelle, accompagnando uomini e mezzi in missioni non più simulate, ma dove il rischio di non tornare, di essere abbattuti, era reale.
In quella cornice carica di storia, come il Museo di Vigna di Valle, un imponente Tornado con i colori della livrea desertica utilizzata in quell’operazione sovrastava la platea, rendendo tutto più solenne, più vero. Era come se quel velivolo, silenzioso e sabbioso, fosse lì per proteggere le storie di ciascuno e custodisse dentro di sé tutto il peso di ciò che gli equipaggi hanno vissuto.
Un testimone muto, ma presente, del coraggio e del senso del dovere di quegli uomini. Una sentinella di metallo mai scalfita dal tempo e dalla sabbia. Il Tornado e quegli uomini erano lì per ricordare che quelle azioni in volo, anche quando sembrano dimenticate, continuano a vivere nei cuori di chi le ha svolte.
Una verità emerge chiara: non si è mai davvero pronti a una guerra.
Perché nessuno, nemmeno loro, si aspettava davvero che l’Italia, dopo decenni di pace, sarebbe stata chiamata ad affrontare una missione tanto delicata. E forse è difficile e sottile definire dove finisce una missione di pace e dove inizia una vera operazione armata.
Nel 1990, quando l’Iraq invase il Kuwait e l’ONU decise di intervenire, anche l’Italia – tra mille incertezze – scelse di partecipare. Non era un’azione bellica nel senso classico: si sarebbero usate armi vere, ma il contesto operativo prevedeva che le missioni di volo sarebbero state classificate come “operazioni di polizia internazionale”. Eppure, nei cieli iracheni, non c’erano diplomazie, ma solo rischi reali, abbattimenti, prigionie, paura, morti vere.
Durante l’Operazione Locusta, mentre gli equipaggi italiani riuscirono a rientrare quasi tutti, molti uomini di altre nazioni persero la vita nei cieli del Golfo, sottolineando, come uno schiaffo in pieno viso, quanto fosse reale e drammatico il rischio affrontato da chi volava in quelle missioni. Pur tra mille difficoltà, i “nostri” hanno operato con efficacia in un difficile contesto internazionale.
Hanno fatto ciò che andava fatto, senza clamore, con disciplina, responsabilità e profonda umanità.
Per quanto quei ragazzi della “Locusta” fossero supportati da un addestramento solido e ben strutturato sotto il profilo operativo e tattico, nessuno è mai davvero pronto, sul piano umano, ad affrontare una guerra vera.
La si teme, la si spera lontana, anche da parte di chi ha scelto di servire lo Stato in uniforme. E forse proprio chi indossa le stellette – soprattutto chi ha maturato esperienza e responsabilità – conosce più di chiunque altro il peso delle decisioni e la complessità degli scenari in cui ci si trova a operare.
Grazie alla preparazione ricevuta e alla loro determinazione, quegli uomini riuscirono – pur tra inevitabili difficoltà – a mettere in pratica con efficacia quanto appreso, dimostrando di saper operare efficacemente ed efficientemente anche in un contesto operativo internazionale altamente complesso.
L’addestramento che avevano sulle spalle era solido, rigoroso, strutturato. Erano pronti – tecnicamente – a decollare, a volare a bassa quota, a colpire con precisione chirurgica. Sapevano gestire ogni strumento, ogni comando, ogni emergenza in volo. Loro erano preparati per eccellere.
Ma nessuno è mai preparato per gestire una situazione di guerra vera, fino a quando arriva la chiamata di partire e il cuore sembra scoppiarti mentre il sangue si gela nelle vene.
Sapevano, quegli uomini, che di lì a poco avrebbero attraversato un cielo ostile, sotto il tiro della contraerea.
Non c’è addestramento che prepari alla consapevolezza che lì sotto, tra la sabbia e il cemento, ci sono vite. Ogni missione di volo, questa volta armata davvero, non è solo tecnica: è anche etica, emotiva, umana.
Erano pronti al combattimento, “combat ready”, come si dice nel gergo aeronautico militare.
Ma un’altra cosa fu per loro scoprire il peso dell’attesa, le emozioni delle sirene nella notte, la sabbia che entrava nei pensieri prima ancora che nei polmoni.
Nessuno dimentica la solitudine della cabina, il ronzio costante nelle cuffie, la sensazione di essere sospesi tra cielo e abisso.
E scoprirono, quegli uomini – siano piloti che personale di terra – la profonda sensazione del vuoto lasciata da un compagno che non torna.
O la strana forma di sollievo nel sapere che è stato catturato e mostrato in TV: con il volto tumefatto, sì, ma vivo.
Non erano preparati a quel ritorno dove il silenzio valeva più di mille parole. In quelle missioni, ogni decollo era un’incognita. Ogni atterraggio, una speranza. E ogni ritorno, un silenzio carico di significato.
Quando la storia ha bussato alla porta dell’Aeronautica Militare, gli uomini in azzurro hanno saputo rispondere e si sono trovati lì, nei cieli dell’Iraq, a volare sfiorando le dune, nel buio, per colpire bersagli nevralgici e fermare chi ha rischiato di destabilizzare e incendiare il Medio Oriente.
Oggi, guardando indietro, appare più chiaro che l’Italia, con quei “300” uomini, ha preso parte a un conflitto armato non solo con i velivoli, ma con ciò che conta davvero: l’anima.
Quegli uomini lo fecero con disciplina, coraggio, senso di responsabilità e dovere profondo.
Lo fecero perché erano militari, ma soprattutto perché erano uomini di valore.
Antonio Urbano, con tatto e precisione, ha raccolto queste storie in un libro che è molto più di una semplice cronaca: è un diario emotivo che ripercorre ogni giorno della missione, ogni tensione, ogni decollo, ogni ritorno – e ogni assenza.
Una delle pagine più intense racconta la prima missione di volo dell’operazione “Locusta”, nella notte tra il 17 e il 18 gennaio 1991.
Otto Tornado decollano per Baghdad. Solo uno riesce a rifornirsi in volo: quello di Gianmarco Bellini, pilota, e Maurizio Cocciolone, navigatore e gestore del sistema d’arma.
Il leader della formazione ordina il rientro, ma Bellini, conscio che il mondo stava guardando a cosa avrebbe fatto l’Italia, prosegue da solo. Il suo velivolo, con a bordo il navigatore Cocciolone, verrà abbattuto ed entrambi saranno catturati.
Cocciolone sarà mostrato poi in TV malconcio ma vivo. Entrambi torneranno alla fine di quel conflitto. Torneranno cambiati, ma vivi.
Da questo episodio, negli altri della Locusta, la vera consapevolezza di cosa si stava facendo. Le prime ansie da gestire e il morale messo in pausa.
Eppure tutti andavano, tutte le notti, per senso del dovere, certo, ma soprattutto per una forma altissima di amore.
L’amore per ciò che è giusto, per chi, in quel momento, era a fianco a loro, legato dalla stessa paura e dalla stessa determinazione.
L’unico modo per affrontare tutto ciò era restare uniti dentro la cabina, nei turni a terra, negli sguardi prima del volo. Tutti diventati una cosa sola: equipaggi, tecnici, comando, supporto. Nessuno fuori, nessuno lasciato indietro.
In quella intensa notte di “Bellini e Cocciolone” fu chiaro a tutti che non sarebbero tornati.
Eppure, gli specialisti rimasero lì, nell’“hangarette” – lo shelter per il ricovero di quel Tornado. Rimasero lì tutta la notte ad aspettare in silenzio, in preghiera, non per dovere, ma per legame, per attaccamento alla vita, quasi fratelli legati l’uno all’altro.
E oggi, vedendoli, lo leggi ancora nei loro occhi: non sudavano le mani, ma parlava il cuore.
La paura non era panico, era lucidità.
Dopo quella tragica prima notte – in cui il volo fu rasoterra – capirono che si poteva cambiare.
Si alzarono in quota, mutarono tattiche, ma rimasero sempre squadra, sempre insieme.
L’Aeronautica Militare non è più stata la stessa da allora.
Quella missione ha segnato una svolta storica non solo dal punto di vista tecnico-operativo, ma soprattutto umano e identitario.
Da quel momento, l’Aeronautica ha cambiato pelle. Al centro non c’è più solo la macchina, ma l’uomo, il gruppo, il team.
Quella generazione, segnata dal deserto e dal silenzio, ha aperto la strada ad altri contingenti italiani impegnati nel mondo per garantire la pace.
Oggi i loro ricordi vivono ancora.
Nel giorno della presentazione del libro “I 300 della Locusta” a Vigna di Valle, li abbiamo incontrati.
Uomini che parlavano piano, alcuni che hanno preferito restare in silenzio. Tutti grati verso chi ha permesso loro di essere visti, riconosciuti, ascoltati.
In fondo, questo è il senso del libro. Non celebrare, ma ricordare. Non esibire, ma restituire dignità.
Perché quei “300”, in quel lontano 1991, “fecero la guerra” per rendere possibile la pace. Ora chiedono solo che la loro storia venga letta, conosciuta, tramandata.
“I 300 della Locusta” è un libro che non si legge soltanto: si respira, si vive nel presente.
Profuma di sabbia, pesa come un casco da pilota, vibra come un motore acceso a mezzanotte. Parla a chi ha vissuto, a chi ha dimenticato, e soprattutto a chi vuole capire.
Un libro che non racconta solo la storia di quei “300”, ma anche la nostra.
“Erano 300, erano giovani e forti…” ma non sono morti!
Sono tornati con le ali sporche di sabbia e il cuore pieno d’Italia.
Sono tornati per noi, per assicurarci, ancora, pace e libertà.





Scrivi una risposta a giuseppe curatolo Cancella risposta